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Alcuni appassionati
della nuova scienza artistica denominata Fotografia, dotati di
spiccate qualità tecnico/formali – tra cui il conte
Frédéric Flachéron (1813- 1883), Eugène
Constant, l’architetto Alfred-Nicolas Normand (1822-1909),
Giacomo Caneva (1813-1865) e James Anderson (1813-1877) - si riunirono
e lavorarono assieme, tra la fine degli anni Quaranta fin verso
la metà degli anni Cinquanta dell’Ottocento, divenendo
tra i maggiori interpreti della fotografia mondiale dell’epoca.
Essi in particolare diedero vita alla celebre scuola di “Pittori-Fotografi”,
oggi denominata “Scuola Fotografica Romana”,ma nota
anche come “Circolo del Caffe’ Greco” dal luogo
dei loro incontri e teatro di discussioni, il famoso caffe’
di via Condotti.
Le maggiori notizie sul gruppo
si ricavano da un articolo del chimico e dilettante fotografo
inglese Richard W. Thomas il quale , durante il suo viaggio a
Roma del 1852, incontra e frequenta gli artisti romani e, al suo
ritorno, scrive l’articolo “Photography in Rome”
(The Art Journal, Maggio 1852) raccontando l’attività
del “Circolo”.
Lo spirito che la “Scuola
Fotografica Romana” aveva nell’eseguire le fotografie
nasceva dalla cultura artistica dei principali componenti del
gruppo: Frédéric Flachéron era incisore,
specializzato nella realizzazione di medaglie, Eugene Constant
e Giacomo Caneva provenivano dalla pittura, il primo si definiva
“artist peintre à Rome”, del secondo, che si
definiva “pittore prospettico” si conoscono alcuni
dipinti di vedute romane tra le quali il Pantheon e il Tempio
di Vesta; Alfred-Nicolas Normand, “pensionnaire” a
villa Medici, era invece architetto e quindi vedeva la fotografia
come un mezzo documentario e le sue rare fotografie hanno inquadrature
semplici ed essenziali.
Il loro linguaggio fotografico
era dettato quindi dalla loro preparazione artistica e ispirato
dall’antica scuola vedutistica che si era sviluppata a Roma,
influenzata da quel modo particolare di riprendere le grandiosità
illuminate ed ombreggiate dalla caratteristica luce di Roma che
per alcuni secoli aveva influenzato pittori, disegnatori ed incisori
di tutta Europa.
Normalmente i membri della “Scuola
Fotografica Romana” utilizzavano per le loro riprese il
negativo di carta de-nominato “calotipo” dal suo inventore
Henry Fox Talbot, più semplice del dagherrotipo, ma soprattutto
molto più adatto al tipo di fotografia da loro effettuata.
Non tutti però utilizzavano
il negativo di carta, sicuramente almeno Eugéne Constant
eseguiva le sue fotografie col negativo di vetro all’albumina,
difficile tecnica che egli imparò direttamente dal suo
inventore Abel Niepce de Saint -Victor nel 1848. Tale procedimento
fu certamente impiegato, per un certo periodo, anche da James
Anderson e da Pietro Dovizielli. La finezza e la particolare separazione
tonale della lastra albuminata si mette in netto contrasto con
la mor-bidezza e granulosa pittoricità del calotipo.
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Col tempo, il
gruppo cominciò a sciogliersi per scelte personali o per
aver terminato il periodo di “pensionnaire” a villa
Medici; rimasero Giacomo Caneva e James Anderson, i veri professionisti:
essi presero ad ampliare il loro reperto-rio, il primo fotografando
preferibilmente scene di genere e luoghi agresti da utilizzarsi
come modelli mnemonici e pro-spettici per pittori, il secondo
riprendendo sistematicamente i monumenti antichi, i palazzi barocchi
e le opere d’arte ed unendole in una raccolta a catalogo
destinata alla vendita al pubblico tramite canali professionali.
Accanto ad essi si erano nel
frattempo avvicinati alla fotografia, convertendosi alla nuova
scienza figurativa, nuovi personaggi come Pietro Dovizielli, Tommaso
Cuccioni (1790-1864), il fantomatico A. de Bonis, il già
citato Robert MacPherson ed alcuni altri ottimi artisti, italiani
e non, la maggior parte di essi con un passato proveniente dall’arte
pittorica come ad esempio, per nominarne ancora alcuni, Carlo
Baldassarre Simelli, Gioacchino Altobelli (1825-1878), Pompeo
Molins (1827-1893), Michele Petagna, Robert Eaton (1819-1871).
In questo nuovo periodo e fino
al 1870 circa, emersero alcune figure artistiche di alto livello
come Gioacchino Altobelli ed il suo socio Pompeo Molins, famosi
per comporre raffinate immagini fotografiche in cui spesso appaiono,
vicino ai monumenti, dame e cavalieri in abito elegante o gendarmi
in alta uniforme. Le opere di Carlo Baldassarre Simelli ed A.
de Bonis furono invece meno commerciali ma la loro produzione
fu, sia artisticamente che qualitativamente, tra le più
alte in assoluto. Non meno apprezzati furono Antonio D’Alessandri
ed i suoi due fratelli, Michele Mang, Giuseppe Ninci, Robert Rive,
Enrico Verzaschi.
I soggetti ritratti erano logicamente
quelli preferiti dai ricchi viaggiatori del “Grand Tour”
che facevano di Roma la tappa essenziale del loro lungo viaggio:
monumenti antichi e moderni di Roma ed anche della campagna Romana,
le statue dei musei Vaticani e dei musei Capitolini e le grandi
opere pittoriche di Raffaello, Michelangelo, Tiziano, Guido Reni
e tanti altri autori.
In seguito (dagli anni ‘70
fino alla fine del secolo), anche a causa della caduta dello stato
Pontificio ed al fatto che Roma divenne quindi capitale d’Italia,
apparvero sempre più numerosi nuovi artisti, i più
erano fotografi ritrattisti richiamati dalla nuova capitale, provenienti
dalla provincia e da altre regioni, specialmente dal Piemonte
e dalla Toscana; alcuni scomparvero in breve tempo come l’inglese
Edward Watson, Francesco Petagna, Francesco Sidoli. Altri rimasero
attivi con i loro studi fo-tografici per diversi anni, come Domenico
Anderson (figlio di James), Eugenio Chauffourier, Romualdo Moscioni,
Ludovico Tuminello e Cesare Vasari ed i loro archivi, alla fine
della loro carriera, o andranno dispersi alle vendite all’incanto
come la maggior parte dei negativi di Tuminello, o entreranno
a far parte delle raccolte pubbliche come per Moscioni e Vasari.
Marco Antonetto