Il ritrovamento
di queste opere di Luigi Ademollo (Milano 1764 –
Firenze 1849) – ventisei acquerelli sino ad oggi
inediti, eseguiti tra gli ultimi anni del ‘700
e i primissimi dell’800 – ha dato origine
a questa esposizione dedicata alle Metamorfosi
di Ovidio; uno dei testi più noti e rappresentativi
dell’intera letteratura classica antica e repertorio
inesauribile di soggetti epico-mitologici tradotti in
pittura e in scultura dagli artisti di ogni epoca.
La serie dei dipinti
infatti, inconsueta per la qualità e la quantità
dei pezzi che la compongono, fu ideata da Ademollo con
l’intento di illustrare le storie più emblematiche
dell’intero e vasto percorso narrativo dell’amplissimo
testo di Ovidio.
Gli acquerelli sono
dei modelli preparatori – condotti a quell’elevato
grado di finitezza che doveva simulare l’effetto
finale della pittura murale – per una decorazione
di vasta scala da eseguire in un edificio pubblico o
in una residenza privata, ad oggi non rintracciata o
magari non più conservata.
Publio Ovidio Nasone
(Sulmona/Abruzzo 43 a.C – Tomi/Mar Nero 17 –
18 d.C) nacque da antica e agiata famiglia equestre.
A Roma, dove si recò con il fratello nel 31 a.C.,
studiò grammatica e retorica presso insigni maestri
quali Arellio Fusco e Porcio Latrone. Destinato dalla
famiglia alla prestigiosa carriera forense e politica,
Ovidio invece fu subito attratto dalla poesia e allo
studio delle lettere. Ad alimentare le sue inclinazioni
per le composizioni in versi furono Valerio Messalla
Corvino e lo stesso Mecenate, cui fu molto legato. Conobbe
i maggiori poeti dell’epoca: Orazio, Properzio,
Gallo, Virgilio.
All’apice del
successo e della fama, nell’8 d.C., fu inspiegabilmente
colpito da un ordine di relegatio impartito da Ottaviano
Augusto che lo costrinse a ritirarsi a Tomi (l’attuale
Costanza) sul Mar Nero, dove restò fino alla
morte in compagnia dell’ultima delle sue tre mogli.
Tra le opere più
celebri del poeta, oltre alle stesse Metamorfosi,
restano gli Amores, le Eroidi, i Fasti,
i Remedia Amoris e l’Ars
Amatoria, la cui pubblicazione e lo scandalo scaturitone
furono verosimilmente alle origini della relegatio
impostagli da Augusto.
Ovidio iniziò
a comporre il testo delle Metamorfosi intorno al 3 d.C.
L’opera, suddivisa
in 15 libri di esametri, narra all’incirca di
250 miti uniti tra loro dal comune tema della “trasformazione”:
uomini o creature del mito si trasformano, o vengono
trasformate dalle divinità dell’Olimpo,
nei diversi elementi della natura, animata o inanimata.
Al cospetto dell’ampiezza del testo e della varietà
dei temi trattati, le Metamorfosi hanno una
profonda intelaiatura unitaria nella concezione animistica
della natura. Una natura fatta di miti divenuti viventi
e partecipe di un tutto che si trasforma, dove favole
mitologiche di antichissima tradizione – elaborate
alle origini della civiltà mediterranea per spiegare
l’esistenza stessa del mondo e delle cose e ai
tempi di Ovidio ritenute ormai delle semplici leggende
– vengono saldate in un fantastico e avvincente
excursus temporale che vuole evidenziare, attraverso
la vicenda perpetua delle mutazioni, l’illusorietà
delle forme e la caducità stessa del mondo naturale
e della vita umana.
L'opera prende così
avvio dalla più antica trasformazione, quella
del Chaos primitivo nel cosmo, sino ad arrivare alla
trasformazione in astro ("catasterismo") di
Giulio Cesare divinizzato e alla celebrazione di Ottaviano
Augusto, ripercorrendo in tal modo tutte le fasi del
mito e della storia universale attraverso il motivo
conduttore della mutazione continua.
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